Arbitrario slancio sentimentale marziano

Vorrei svitare i bulloni che annodano i binari che ci separano, ingoiare i chilometri di asfalto in un respiro, correrti incontro controvento, pestare pezzi di distanza con ogni balzo.

Vorrei potessi amarmi, vorrei potessi tentarmi, impiegare tutta la tua intelligenza in un gioco infinito di provocazione. Vorrei potessi disturbarmi, con l’insolenza del tuo desiderio. Vorrei potessi deturparmi, con foglio e matita, ritraendomi come non immaginavo di apparire.

Ciò che mi spinge a te è un attaccamento al distacco, al tuo essere un millimetro più in là del punto in cui sia possibile afferrare la materia. Il tuo esistere è un carosello uniformemente scordato secondo un nuovo sistema tonale. Mi piace immergermi in apnea nel sottile abisso che ti separa dalle cose, cercare con le mani un appiglio sulla tua pelle per poi emergere nuovamente. E tornare a respirare, non più con i polmoni magari, ma con i capelli, con le ginocchia, con i ricordi o con le dita.

 

 

 

Con la metamorfosi si compie una espansione del movimento. E il movimento è una reazione di contrasto all’inanimato, che domina l’universo. Disporre della metamorfosi è un mezzo indispensabile per chi vuole perseverare nella vita. Nulla di meno era implicito nelle pratiche arcaiche della metamorfosi, che si manifestavano come irruzione in un altro essere: per curiosità, per ammirazione, per erotismo, per invidia, per autodifesa, per aggressività. I motivi potevano essere molteplici, il procedimento era costante: l’assimilazione. Qualcosa nell’altro essere veniva fatto risuonare con qualcosa di se stessi. L’imitazione presupponeva l’ubiquita’ della mente. Chi tentava di entrare in un altro essere da un altro essere poteva trovarsi invaso. Fondamento di ogni metamorfosi era la possessione. Che poteva essere una grave malattia o un dono esaltante. O l’uno e l’altro insieme.” Calasso, Il cacciatore celeste

 

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